News – Va retribuita ogni attività configurabile come prestazione di lavoro, pure se svolta nell’ambito di un rapporto di natura religiosa.

La legge per il lavoro negli enti del terzo settore rimanda al Jobs Act sul diritto a un trattamento economico e normativo non inferiore a quello previsto dai contratti collettivi di cui all’articolo 51 del decreto legislativo 81/2015.

In ogni caso il rapporto di natura religiosa fra le parti non basta ad affermare la natura gratuita della prestazione: serve invece la prova rigorosa che tutto il lavoro sia stato prestato per motivazioni esclusivamente spirituali e che la finalità di solidarietà escluda quella lucrativa.

L’interpretazione data dalla Suprema Corte, Sez. Lavoro, con l’ordinanza n. 7703 del 28 marzo 2018 trova sostegno nel decreto legislativo 117/17, secondo cui si possono ben ritenere appartenenti al terzo settore gli enti religiosi ma a patto che siano civilmente riconosciuti: è dunque estranea al settore non profit la comunità etico-spirituale che come associazione non riconosciuta risulta piuttosto assimilabile a un’organizzazione di tendenza, quali ad esempio i sindacati e le sigle di categoria; il che rafforza la presunzione di onerosità della prestazione, fino a prova contraria di gratuità a carico della parte interessata.

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